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Martin Mystère compie 30 anni: intervista ad Alfredo Castelli

castelli-comicon-catalogodi Giuseppe Pollicelli*

Probabilmente non c’è un autore la cui carriera sintetizzi e riassuma gli ultimi cinquant’anni del fumetto italiano meglio di quella di Alfredo Castelli. Sceneggiatore prolifico, brillante divulgatore e studioso attento della storia dei comics, Castelli (milanese, classe 1947) è stato un enfant prodige delle “nuvole parlanti”, avendo iniziato la propria attività a soli diciott’anni, nell’ormai lontano 1965. Nel suo sterminato curriculum figurano vari titoli di merito, tra cui l’avere prestato il proprio talento di scrittore a due figure cardine della serialità fumettistica nostrana: il ladro in calzamaglia Diabolik e l’archeologo specializzato in casi inesplicabili Martin Mystère (quest’ultimo ideato dallo stesso Castelli, il quale ne ha fatto una sorta di suo alter ego). Personaggi che nel 2012 festeggiano anniversari importanti: rispettivamente mezzo secolo e tre decenni di vita editoriale. In concomitanza con questi eventi, l’associazione Napoli Comicon ha dedicato all’inventore di Mystère una ricca monografia illustrata che ripercorre in maniera puntuale le tappe salienti della parabola professionale e umana di Castelli (“Alfredo Castelli. Storie e mysteri di un grande narratore”, pp. 112, euro 15).

Diabolik festeggia cinquant’anni e Martin Mystère trenta. Quali dei due compleanni ti sorprende di più?

Quello di Martin Mystère. Fino alla fine degli anni Settanta, cioè fino a qualche anno prima che Mystère venisse pubblicato dalla Bonelli, era più semplice per una collana a fumetti di buona qualità conquistarsi uno zoccolo duro di lettori fedeli, i quali rappresentano la garanzia di poter durare a lungo. A partire dai primi anni Ottanta il pubblico si è fatto incostante e voglioso di novità continue, quindi la performance di Mystère è più rimarchevole.

Come vanno le vendite di Mystère?

Più che dignitosamente. Da quando è passato alla bimestralità vende 30.000 copie a numero, un risultato lusinghiero viste le cifre medie di oggi. Quello che conta, comunque, è che sia in attivo. Di poco, ma è in attivo. Mystère è partito vendendo, trent’anni fa, meno di 50.000 copie, e nei periodi di maggior successo non ha mai superato le 80.000: è evidente che ha saputo tener botta.

Il tuo debutto nel fumetto, come professionista, data 1965.

“Professionista” è una parola grossa… Avevo diciott’anni e portai ad Angela e Luciana Giussani, le due sorelle creatrici di Diabolik, alcune terribili strisce a base di umorismo macabro, di cui avevo realizzato testi e disegni. Le Giussani, forse mosse a pietà di fronte a un volenteroso giovanotto pieno di entusiasmo, decisero di pubblicarle in appendice a Diabolik. Tra i personaggi della strip c’era un certo Scheletrino, che poi divenne il protagonista.

Bonvi, l’inventore delle Sturmtruppen, ha detto una volta che Scheletrino (come pure un altro tuo personaggio comico, l’Omino Bufo) è in realtà un parto della sua fantasia.

In quell’intervista Bonvi scherzava. Era un burlone. Era anche una delle persone più buone che io abbia conosciuto. Si nascondeva dietro la maschera del duro ma era un generoso. Quando nel 1995 è morto, investito a Bologna da un automobilista ubriaco, stava andando a una trasmissione televisiva per vendere alcune sue tavole e girare il ricavato al collega Magnus, all’epoca ammalato. Noi amici avremmo dovuto impedire a Bonvi di fare così tanto il “pistola”. Gli avremmo dovuto dare qualche calcio nel sedere in più quando lo vedevamo comportarsi, a oltre cinquant’anni, come un ventenne scapestrato.

Torniamo alle Giussani.

La prima volta che ho messo piede nella redazione milanese di Diabolik c’erano solo loro due e una certa Mirella, una ragazza che scriveva le frasi nelle “nuvolette” e sistemava alcuni dettagli grafici delle tavole a fumetti. Scheletrino me lo pagavano 1500 lire a pagina, che non era poco. Dopo un po’ ho iniziato a proporre idee per le storie di Diabolik, sceneggiando anche diversi episodi tra cui, nel 1967, il famoso “La morte di Eva”, che penso sia in assoluto il più ristampato.

Qual era l’apporto delle Giussani alle storie non scritte da loro?

Rielaboravano la sceneggiatura e soprattutto riscrivevano sempre i dialoghi. La loro principale preoccupazione era che tutto fosse chiaro e coerente: non doveva mai capitare che il lettore tornasse indietro perché non aveva compreso lo svolgimento della trama.

Come ti spieghi il successo così duraturo di Diabolik?

Il criminale che sfugge alla cattura e alla punizione piace almeno dai tempi di Fantômas, il personaggio letterario dei primi del Novecento a cui Diabolik - specie il Diabolik degli esordi - è fortemente debitore. Ma l’ingrediente alla base delle fortune dell’antieroe delle Giussani è un altro: Diabolik ed Eva Kant riproducono una perfetta coppia borghese, in cui è facile riconoscersi. Una coppia affiatata e felice. A fine giornata, dopo l’ennesimo furto, si ritrovano in pantofole a tubare davanti alla televisione.

Sergio Bonelli sosteneva che la prima volta che ti sei presentato da lui lo hai fatto indossando dei calzoni corti.

È un ricordo che Bonelli, non so perché, aveva deformato. Quando ho conosciuto Sergio avevo diciassette o diciott’anni. Sebbene allora i giovani fossero un po’ più pirla di adesso, non lo erano al punto da andare in giro in pantaloncini a diciott’anni. Semmai è vero che Bonelli all’epoca portava i baffi. E questo Sergio lo ha dovuto ammettere.

Bonelli è scomparso lo scorso settembre. Quanto si avverte la sua assenza?

A Sergio è subentrato suo figlio Davide e in casa editrice ci siamo riassestati rapidamente, ma in un certo senso è come se Bonelli fosse sempre presente. Non diversamente da ogni essere umano, Sergio aveva i suoi difetti, le sue idiosincrasie e le sue chiusure però è stato davvero un professionista straordinario. E un magnifico datore di lavoro. Ognuno di noi, suoi collaboratori, ha ereditato da lui qualcosa di buono. Giorni fa, valutando un progetto con un collega, mi è venuto spontaneo dire: «No, questa Bonelli non ce la fa passare». Succederà ancora per parecchio, credo.

*da “Libero” del 4 maggio 2012, per gentile concessione dell'autore.

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