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Marco Pellitteri: robot, bambini e mutanti, così il Giappone ci ha "invaso"

dragon dazzledi Giuseppe Pollicelli*

Da circa tre decenni la cultura e l’immaginario giapponesi hanno avviato un’ininterrotta opera di penetrazione all’interno delle società occidentali, non ultima quella italiana. Questo progressivo innesto è avvenuto soprattutto grazie a due veicoli mediatici rivelatisi subito efficaci: i cartoni animati (che i giapponesi chiamano anime) e i fumetti (manga, per i nipponici). Marco Pellitteri, sociologo e studioso della comunicazione, aveva già affrontato il fenomeno in un suo testo del 1999 dal titolo Mazinga Nostalgia, ma in quel suo pur pregevole lavoro si limitava ad analizzare l’impatto di anime e manga sulla generazione (cui Pellitteri stesso appartiene) che visse l’arrivo sconvolgente dei vari Goldrake, Heidi, Capitan Harlock e Lady Oscar quand’era nella fanciullezza o nell’adolescenza. Nel suo ultimo e ponderoso saggio si è invece posto l’obiettivo di comprendere attraverso quali operazioni e quali accorgimenti i giapponesi abbiano conseguito, consolidandolo nel tempo, un risultato di tale portata. Lo studio di Pellitteri, uscito in prima edizione italiana nel 2008, è stato tradotto in inglese con il supporto della Japan Foundation, che ha contribuito a finanziarne la versione destinata al mercato internazionale.

In The Dragon and the Dazzle. Models, strategies and Identities of Japanese Imagination. A European Perspective (Tunué, pp. 690, euro 28) Pellitteri individua tre modelli culturali che hanno favorito l’ingresso della pop culture giapponese nel contesto europeo e statunitense. Il primo è quello della Macchina, simboleggiato dai giganteschi robot (Goldrake, Jeeg, Mazinga ecc.) che richiedono, per attivarsi, una fitta interazione con l’essere umano. Il secondo è quello dell’Infante, incarnato dai tanti bambini protagonisti di cartoni animati e fumetti giapponesi la cui condizione di abbandono o di orfanezza riflette la situazione di diffusa solitudine patita dai giovani occidentali da quando gli impegni lavorativi dei genitori, appunto dagli anni Settanta in poi, sono aumentati e hanno iniziato a coinvolgere con regolarità entrambi i coniugi. Il terzo modello è quello della Mutazione, rintracciabile nei Pokémon, esseri che, avendo la facoltà di passare dall’età infantile a quella adulta, alludono a quella mutevolezza (fisica e psicologica) che è il tratto saliente dell’infanzia e dell’adolescenza.

Secondo Pellitteri, i tre macromodelli hanno trovato applicazione in due fasi distinte. Una prima, che va dal 1975 al 1995 e che l’autore definisce (ispirandosi all’aspetto di Goldrake) del Drago, in cui il Giappone, ricorrendo alla Macchina e all’Infante, ha provato per quanto possibile a conformarsi alle consuetudini occidentali da un punto di vista valoriale ed estetico. E una seconda, denominata della Saetta (dalle scariche elettriche prodotte dal più noto personaggio dei Pokémon, Pikachû), che è iniziata nella seconda metà degli anni Novanta ed è tuttora in fase di svolgimento. Una fase in cui, tramite il modello della Mutazione, il Giappone non emula più l’Occidente per esserne riconosciuto bensì rivendica, in ragione della sua forza commerciale e del seguito di cui gode presso le giovani generazioni, un’identità e una fisionomia ben marcate.

*da “Libero” del 19 aprile 2012, per gentile concessione dell'autore.

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