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L'Editoriale » Autoproduzione: cos’è, cosa non è, a cosa serve… (Prima Parte)

autoproduzionedi Alessandro Bottero

Autoproduzione: cos’è.

Autoproduzione è un termine di uso comune, che traduce in modo non del tutto coretto l’inglese Self-publishing, che più precisamente si dovrebbe rendere con pubblicazione in prima persona. Comunque ai sensi del discorso, ed anche per la consuetudine d’uso, autoproduzione può andare bene.

Esiste una grande, immensa, confusione su cosa sia autoproduzione e cosa no. Non si sa in base a quali parametri decidere se una cosa sia o meno autoproduzione, e come si sa, la poca chiarezza impedisce la piena comprensione.

Sgomberiamo il campo da un equivoco. La qualità dell’opera non ha la minima incidenza sulla definizione dell’opera stessa. Per essere più chiari: sia Strangers in Paradise di Terry Moore (edizione Abstract studios), che Boiled Angels di Mike  Diana, sono autoproduzioni, con la stessa dignità di autoproduzione. Che il primo sia tecnicamente, narrativamente e graficamente di un livello qualitativo X, ed il secondo poco più di un rutto, non conta ai fini della definizione.

L’autoproduzione si definisce in base al metodo di produzione dell’opera, non sulla base dei contenuti.

Cerebus è autoproduzione. Love and Rockets no. Capitan  Novara della Emmetre è autoproduzione. Debbie Dillinger della DTE è autoproduzione, Ravioli Uèstern della NPE, no.

Perché?

Perché nell’autoproduzione il soggetto creativo è anche colui che, in prima persona o tramite una struttura di cui fa comunque parte e di cui determina e dirige le mosse, decide tempi e modi della produzione editoriale, investe direttamente i suoi soldi, e ha un contatto diretto con le strutture  distributive.

Ci siamo?

Quindi quattro criteri:

chi si autoproduce:

1 – è l’autore, in tutto o in parte, dell’opera prodotta;

2 -decide in modo autonomo tempi, modi e formati dell’opera prodotta;

3 – investe direttamente in prima persona i propri soldi, nel pagamento della produzione dell’opera;

4 – ha un contatto diretto con le strutture  distributive, che diffonderanno l’opera nei punti vendita.


La compresenza dei punti 1, 2, 3, e 4 qualifica un’opera come autoproduzione.

La definizione di  Autoproduzione  a questo punto può essere:

Qualsiasi opera il cui autore è anche editore (totalmente o in parte) dell’opera stessa, con tutti gli oneri derivati  dall’essere editore (decisionali, gestionali, finanziari)

Facciamo alcuni esempi.

Ratman viene da sempre citato come esempio di “autoproduzione che ce l’’ha fatta”. Beh, è sbagliato. Ratman non è mai stato un’autoproduzione.

Infatti era la casa editrice Ned 50 a curare i rapporti con le strutture distributive dei famosi albetti spillati della prima versione di Ratman. Ossia, avevamo un EDITORE, che  fungeva da filtro tra autore e distributore.

Il Massacratore, versione Bottero Edizioni, è un’atoproduzione? No. Per quanto infatti i punti 1 e 2 vengano rispettato (Stefano Piccoli è l autore, e decide in modo autonomo), i punti 3 e 4 no.

A Panda Piace è una autoproduzione? Finché era un web-comics sì. Giacomo Bevilacqua era colui che  (secondo le nuove dinamiche produttive della web-era, ossia con nuovi modi di articolare i punti 3 e 4) gestiva in prima persona la produzione. Quando è diventato  un volume BD, non è più stato autoproduzione, ma produzione. Idem possiamo dire per Ravioli Uèstern di Pierz. Autoproduzione finché web-comic, e poi produzione per la NPE.

Mi sono capito, finora?

Quindi, in sintesi, per stabilire cosa sia autoproduzione e cosa no, il discriminante non è la qualità dell’opera, ma il sistema produttivo.

(1 - continua)

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