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L'Editoriale » Il feticismo nerd esiste ancora?

harrynayborsdi Alessandro Bottero

Uno dei vantaggi dell’avere una certa “età”, riferendoci al tempo passato nel mondo del fumetto, è quello di vedere come le opinioni vadano e vengano. Quello che oggi pare essere cosa normale, e quasi ovvia, anni fa era invece eresia, e chi lo faceva era sbeffeggiato ed osteggiato.

Questo è perché i nerd, o gli appassionati, hanno la memoria di una effimera farfalla (dal ciclo vitale di 24 ore o poco più), e spesso dimenticano per cosa si erano battuti a sangue, e col passare del tempo salutano e giustificano come “ottimo e molto ben fatto”, proprio quello che non gli stava bene.

Parafrasando Lovecraft potremmo dire che “non è morto, quel che viene condannato dal nerd. E col trascorrere degli eoni fumettistici, anche il nerd cambia idea”.

Tutto questo mi è venuto in mente leggendo qui e lì alcune discussioni sul fatto che mercati diversi richiedano formati diversi. Per essere più chiari: prodotti nati in America con un formato X, si vendono meglio in Italia con un formato Y. Un esempio tra tutti sono i volumi della 001 dedicati alla EC, che per formato e per colorazione (a colori in originale, in bianco e nero da noi) sono totalmente diversi dal formato originare. Altro esempio alcuni prodotti francesi pubblicati da Planeta, che non sono realizzati seguendo il classico formato cartonato francese. E così via.

In tutti questi casi non si sentono urla o strepitii, di chi dice “Eh no! Il formato è UN centimetro più piccolo dell’originale! Io NON LO COMPRO!”.

Si è finalmente capito che gli editori che propongono in un mercato la versione di prodotti esteri non sono tenuti, per contratto divino, a dover rispettare pedissequamente gli originali in qualsiasi forma. E si è capito che il formato X può andare bene in America, dove il mercato è una cosa, ma magari in Italia, per QUEL prodotto, non va bene, e quindi l’editore di QUEL prodotto ha tutti i diritti di scegliere il formato che ritiene migliore.

Bene, questa cosa che pare ovvia (mercati diversi = > possibilità di adottare formati diversi), fino a qualche anno fa era un’eresia.

Fino a qualche  anno fa il nerd voleva non una mera versione italiana del fumetto X, ma una COPIA ANASTATICA del fumetto x. E se qualche cosa era diversa (chessò….all’interno di un albo che raccoglieva tre episodi serie americane, le copertine dei singoli albi erano più piccole del formato originale) allora partivano lettere di protesta e lamentele, come se si fossero sgozzati dei bambini in pieno centro cittadino.

Ricordo perfettamente che quando nel 2004 la Dreamcolours annunciò la pubblicazione dei fumetti Crossgen, e disse che il formato degli albi sarebbe stato non 17 X 26 (come da originale americano), ma 16 X 24 (come da dimensioni degli impianti in Italia, così da risparmiare in sede di stampa), ci fu chi disse che ANCHE se il prodotto fosse stato realizzato bene, non l’avrebbe mai comprato, perché era “diverso dall’originale”. E grazie tante che era “diverso dall’originale”, veniva da rispondere. NON era l’originale. Era un’altra cosa.

Qualche burlone attaccò la scelta della Dreamcolours di pubblicare albi in questo formato, battezzandoli albi “formato Bottero”, come a dire “vabbé, sono una cazzata, ma che ci volete fare…dietro c’è Bottero che notoriamente non ci capisce nulla…”. È proprio vero che la simpatia nel mondo del fumetto deborda, eh? Nel 2004, come nel 2010.

Ed è simpatico, sei anni dopo, vedere come la cosa per cui ti hanno preso in giro, adesso sia diventata una cosa ovvia e sensata da un punto di vista commerciale.

Eri un precursore,  e nessuno se ne era mai accorto.

Il feticismo del Nerd, ossia  il desiderio bramoso di avere come traduzioni copie anastatiche dell’originale, è fortunatamente diminuito. Nessuno si strappa più i capelli se una copertina interna non è precisamente 17X 26, o se quel volume è mezzo centimetro più basso dell’originale.

Mi rimane il divertimento, avendo buona memoria, di vedere le stesse persone cambiare  idea a distanza di anni, senza però ammetterlo, ma semplicemente passando un velo di oblio sulle posizioni passate, né tantomeno ammettere di essere stati ingenerosi nei giudizi.

Ma la cosa non mi stupisce. Avere una memoria storica inesistente, è un toccasana per non dover mai ammettere di aver sbagliato.

A corredo dell'articolo una vignetta di Ice Heaven di Daniel Clowes pubblicato in Italia da Coconino Press.

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